È sera e parli è come in un miraggio ma parli è sera e sorridi è come in un miraggio e mi guardi e fuori c’è un ventaccio, libeccio e suonano bene alcune parole le ho immaginate ma non saprei dirle mi cerca tutto di te ti alzavi e creavi un vortice che annusavo serrando gli occhi benedicendo l’esistenza in quell’istante in quel posto con quella luce il profumo del tuo cardigan bianco È sera e parli e non dici niente e vinco quello che non ho vissuto e che ricorderò, sì ma solo fino alla prossima gelatura primaverile.
E per un soffio non fosti mie giornate una gioia mattutina o un suono che mi sveglia. Per un soffio uno soltanto non sei il cuore altero e il mio sogno scritto. Per un soffio tu non mi sei questa notte il sonno distratto dal desiderio di esistere nel tuo buongiorno sbagliato.
Comprammo due pacchi di Merit, poi mi disse di guidare fino ai laghi e a una certa girare a sinistra. Scendi scendi, fece. Destra, sinistra, sinistra, sinistra, destra. Il casale prese a profumare solo dopo aver chiuso la portella dell’auto. Sapeva un po’ di muschio, un poco di sale, un poco di nafta, e petricore. Sara accese la veranda, sembrava le falene non aspettassero altro. Niente fu detto, solo fu fatto dell’amore iniquo, colpevole, freddo, imperiale. Poi di nuovo in veranda, sulle sediacce, le feci presente che la mia macchina era rimasta a Otranto, quella mi scalciò addosso coi piedi neri, da sedia a sedia. Tre sigarette furono succhiate a turno veloci. Poi due, più lente, pur sempre le tre del mattino. Commettemmo l’atrocità di parlare solo dopo aver leccato la notte. Così andò: io uscii la lingua, non la guardavo, guardavo la pineta, lei mi diede gli occhi e pure lei clachh, srotolò la lingua con lo schiocco. Ve l’ho detto, leccammo la notte. Ora cosa avete da guardare? Ci dicemmo quello che non saprete. Andate a dormire, adesso.
Allora ho comprato due sigarette dal camionista del tavolo accanto. Quello non ha fatto nemmeno la mossa di volermene regalare una. Zero. Pagate un ero e cinquanta, non è stato un grande affare. Lorenzo mi ha guardato e mi ha detto oh che fai fumi mo? No gli ho detto, sono per te. Madonna io non avrei mai fatto una roba del genere, mi da proprio di freakkettone, mi dice. Ma se stai sclerando gli rispondo. Mi ha detto tutta la sera, guardando il camionista che, beato lui, evviva che fuma così avidamente due sigarette in due minuti, se l’è ciucciate. Io gli ho risposto che sì, ma anche che forse (forse!) non ha molto da perdere, il tipo. Nel senso, se non hai un grande amore per un amato amore sfumato, è difficile che fumi in maniera compulsiva così. Nel senso, lì c’è proprio un vuoto che si sta cercando di stracolmare, no!? Sì forse hai ragione, fa. Però capisco cosa vuoi dire – ho ripreso io – se hai grandi cose da pensare, c’hai bisogno di un rombo da qualche parte, un rumore sotto, un varietà. Oppure è la solitudine – che hai pur scelto – che ti dice “riempi il bacile, stronzo!”.
Lorenzo si è fumato ‘ste due sigarette. Non come il camionista, ma tempo un quarto di ora. Forse quello non era manco un camionista, maledetti preconcetti, maledetti film italiani anni ’80. Però ci sta, dai. Pure ‘sto vuoto, a qualcuno, per un piccolo pezzo, s’è colorato di cosa umana. Di fumo, quindi.